Confesso che tornare a scrivere qui, a tanti mesi di distanza, in quest’ultima trincea, dove pochi, stanchi (irriducubili? illusi? disperati? eroi? cretini?) resistono armati di fionda allo schiacciante assedio dei tank del disservizio ferroviario, mi crea un po’ d’imbarazzo. In primo luogo perché mi rendo conto di non essere più tanto abituato al combattimento, in secondo luogo perché i motivi che mi hanno portato a uscire dalla mischia sono gli stessi che in questo momento m’impediscono di essere costruttivo come vorrei. Perciò avviso subito i pochi che avranno la voglia e il tempo di leggere quanto segue che questo mio intervento può essere tranquillamente catalogato sotto la voce -sfogo-. Ma devo anche dire che non ho nessuna intenzione di piangermi addosso, piuttosto di levarmi non tanto il tradizionale sassolino nella scarpa quanto il chiodo arrugginito nella suola, quello che sento infilarsi nel piede ogni giorno aspettando, salendo, viaggiando, scendendo dai treni. Quindi il mio personale sfogo prenderà inevitabilmente, quanto volentieri, tutti i connotati di un’accusa. E comincio da me.
Accuso me stesso e gli amici complici, disgraziati compagni di viaggio, del PolloNord, per non aver saputo interessare, coinvolgere, raggiungere, snidare un numero di persone sufficiente a far sì che intorno al sito si potesse creare una vera collettività, un qualcosa di simile a un movimento per la difesa dei diritti di chi ha la sfortuna di doversi muovere con LeNord. Dovevamo fare di più.
Accuso, a parziale attenuante dell’imputazione precedente, tutti quei pendolari coscienti, ed erano tanti, che, entrati in contatto con il PolloNord, sono stati incapaci di andare al di là del protagonismo, o del voyeurismo, puramente virtuale. Presenti nel forum e assenti nella realtà, arroganti quando nascosti dietro un nickname e impalpabili con il loro vero nome e la loro faccia, rivoluzionari nei proclami dei loro post e impauriti alla sola idea di distribuire un semplice volantino in stazione, puntualissimi nella critica al nostro operato e latitanti nella vera partecipazione, non hanno voluto sacrificare a una causa comune un minuto di più di quanti ne richiedeva il semplice assistere a distanza di sicurezza. Quello che è stato o non è stato il PolloNord, che vi piacesse o no, lo si deve tanto anche a voi, che vi piaccia o no.
Accuso la maggioranza dei pendolari per la sua ottusa immunità da qualsiasi germe di protesta, e da qualunque forma di pensiero più elaborato di quello che sottostà al puro istinto di sopravvivenza animale, capace d’esprimersi soltanto nell’appropriazione di un posto a sedere prima di chiunque altro. Quel posto, conquistato a colpi di borsa o di zaino, su cui stravaccarsi, allungare le gambe prima del dirimpettaio e sublimarsi in un monumento vivente all’umana maleducazione. Snervando le orecchie altrui con i ritmi men che elementari dell’unica musica di cui è in grado di fruire, imponendo ai presenti la miseria delle proprie relazioni telefoniche e le loro imbarazzanti suonerie, alzando il muro del proprio portatile davanti a chi già manca d’aria, ruminando a bocca aperta gomma da masticare per l’intera durata del viaggio, immersi nella lettura di un giornale di pettegolezzi. Nei vostri confronti non riesco nemmeno più a provare quel minimo di cameratismo necessario per chiamarvi polli. I polli mi sono simpatici, voi mi date il vomito, e nessun animale è capace di tanto. A voi, che ogni giorno lascio passare, salire, sedere, evitando di disturbarvi così come mi piacerebbe faceste con me, a voi, che messi alle strette vi limitate a bofonchiare che tanto non cambierà mai nulla, perché sono tutti uguali, tutti ladri che pensano solo ai loro porci comodi (come voi), dico che in quanto causa dell’immobilità assoluta della merda in cui tutti ci troviamo, non solo sui treni, in questa vi meritereste d’affogare.
Accuso la maggioranza dei pendolari universitari, in quanto tali teoricamente dotati di capacità critiche e analitiche, e in quanto giovani teoricamente predisposti all'azione, per il loro completo menefreghismo nei confronti della protesta civile. Forse perché appartengo a una generazione che non perdeva occasione per scendere in piazza a dire la sua, giusta o sbagliata che fosse, non mi capacito di tanta indifferenza di fronte ai danni che anche voi subite viaggiando in treno. Forse perché l'abbonamento non incide sulle vostre personalissime finanze. Forse perché siete più maturi di quanto lo fossimo noi, così maturi da aver già capito che la soluzione personale è quella più facile. Continuate così, a viaggiare con il naso nel libro prima dell'esame, ma non stupitevi del mondo che troverete quando finalmente vi guarderete intorno.
Accuso la maggioranza dei capitreno, quelli che - non è con me che ve la dovete prendere - e che - io su questi treni ci passo la giornata - e - che ci posso fare, io? - per il loro piccino tirare a campare. Subito il tu e la voce grossa con lo straniero, ma chiusi in cabina quando bisogna avere le palle di annunciare che il treno s'è rotto. Mi piacerebbe che riusciste prima o poi ad afferrare la sottile differenza tra il pagare e l'essere pagati, per starci sopra. E mi piacerebbe che arrivaste a comprendere che quell'uniforme che indossate, per quanto ben poco gloriosa, rappresenta l'azienda per cui, che vi piaccia o meno, avete deciso di lavorare. Siete l'unica faccia dell'azienda presente sul treno: purtroppo per tutti è una faccia di merda, ma, per cortesia, smettetela di stupirvi e di piangervi addosso. Voi, almeno un sindacato ce l'avete.
Accuso le forze politiche, di maggioranza e d'opposizione, per la loro lontananza cosmica dai nostri problemi. Accuso soprattutto la Lega, che fa del territorio la sua bandiera, il suo cortile, il suo fortino, ma sembra non essersi mai accorta che esistono delle piccole ferrovie, proprio nel cuore delle sue adorate terre, di cui tanti padani si servono per andare ogni giorno padanamente a lavorare a Milano, che offrono un servizio da terzo mondo, quanto di più lontano dai vostri civilissimi riferimenti d'oltralpe. Come mai? Voi, sempre così solerti nel difendere a spada tratta e a elmo cornuto in testa i diritti dei cittadini padani, brillate per il più assoluto silenzio quando si tratta di affrontare i quotidiani problemi dei pendolari LeNord. Che strano. Sta a vedere che è perché in questo caso non ce la si può prendere con Roma, ma con qualcuno di molto più vicino, troppo vicino.
Un'accusa a LeNord, ai suoi ben pasciuti dirigenti, agli amministratori della proprietaria Regione Lombardia e dei suoi abilissimi giocatori delle tre carte, specialmente nelle persone dell'ineffabile governatore Formigoni e del suo compagno d'operetta assessore Cattaneo, è doverosa ma decisamente stupida, perché è stupido accusare il nemico di spararti addosso. Cosa si può pretendere d'altro, da un servizio pubblico che non ha mostrato negli anni una sola, reale intenzione di provare a diventare quello che dovrebbe essere? Anzi, da un po' di tempo a questa parte, si gli può perlomeno riconoscere di aver finalmente cessato di rintronarci con le fanfare che annunciano faraoniche fanfaronate, di fare controinformazione con vomitevoli newsletter e, in sostanza, di provare a convincerci di essere interessati più di noi a far funzionare le cose. La distanza tra loro e noi non è mai stata così abissale, ma oggi è coerente con le rispettive posizioni. Continuano a (non) fare quel cazzo che vogliono, a non informarci di nulla, ma questa volta senza sentirsi nemmeno vagamente in obbligo di giustificarsi. Come si fa a dargli torto? La nostra totale inerzia gli riconosce e garantisce ogni giorno l'impunità. Così le uniche novità che abbiamo potuto vedere di recente non hanno nulla a che vedere con quanto ci servirebbe: tornelli nelle stazioni e agenti di polizia sui treni a rassicurare noi (ma soprattutto i capitreno), in nome di quella parola magica che oggi tutto ammanta: sicurezza. Avete vinto. Punto.
Nel caso qualcuno sentisse di essere stato ingiustamente escluso dalle mie accuse, mi scuso anticipatamente: rimedierò la prossima volta, se ci sarà.
Buone vacanze.
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